Alzheimer, la malattia che tormenta la scienza

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Alzheimer, una malattia di cui si sente parlare sempre di più , ma allo stesso tempo non abbastanza.


La storia e i primi studi della malattia di Alzheimer.


La malattia deve il suo nome ad un neurologo tedesco, Alois Alzheimer che per la prima volta nel 1906 ne descrisse i sintomi. Alois Alzheimer riscontró nel cervello di una donna di 51 anni, morta in seguito ad un’ insolita malattia mentale delle placche amiloidi e ammassi neurofibrillari a cui non seppe dare una spiegazione. Ma fu soltanto nel 1910 che la malattia ebbe ufficialmente un nome, quando Emil Kraepelin, il più famoso psichiatra tedesco pubblicò il suo trattato “Psichiatria”, nel quale definiva una nuova forma di demenza scoperta da Alzheimer, chiamandola appunto malattia di Alzheimer. Inoltre in questa scoperta, ebbe un ruolo molto importante anche un giovane ricercatore italiano: Gaetano Perusini. Egli si recó a Monaco dove Emil Kraepelin gli affidó la parte finale della sua ricerca. Il giovane ricercatore italiano studió quattro casi e percepí l’azione di una specie di cemento che incollava insieme le fibrille neuronali.


L’Alzheimer nel ventunesimo secolo.


Sono trascorsi circa 100 anni da allora, e oggi sappiamo che la malattia di Alzheimer è la più comune causa di demenza, il processo degenerativo colpisce progressivamente le cellule e le connessioni cerebrali, provocando un insieme di sintomi che causano il declino progressivo e globale delle funzioni cognitive e il deterioramento della personalità e delle relazioni. Attualmente non si riesce ad individuare un’unica origine, ma più fattori, il principale fattore di rischio è l’età, l’Alzheimer non è l’inevitabile conseguenza dell’invecchiamento, ma una malattia vera e propria.


Azione delle proteine beta amiloidi e proteina tau.


Da ricerca condotta alla Stanford University è emerso che prima di formare le placche cerebrali caratteristiche del morbo di Alzheimer, le proteine beta amiloidi associato all’accumulo di grovigli di proteina tau agiscano distruggendo le sinapsi. La ricerca porta alla conclusione che la malattia di Alzheimer inizia a manifestarsi molto prima che sia evidente la formazione delle placche. Le proteine beta amiloidi iniziano la loro vita come molecole singole, ma tendono presto ad aggregarsi, dapprima in piccoli ammassi, che sono solubili in acqua e possono quindi muoversi liberamente nel cervello, e infine in placche, che rappresentano un segno caratteristico dell’Alzheimer, insieme con la perdita di memoria e la destrutturazione delle capacità cognitive, determinato da deterioramento delle sinapsi, i collegamenti tra i diversi neuroni che consentono la trasmissione degli impulsi nervosi.


Fasi e sviluppo della malattia.


Essa è definita la «malattia delle quattro A»: perdita significativa di memoria (amnesia), incapacità di formulare e comprendere i messaggi verbali (afasia), incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi (agnosia) e incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari anche attraverso l’impiego di oggetti, per esempio vestirsi (aprassia). I medici, nonostante il decorso della malattia é unica per ogni individuo, sono riusciti ad individuare tre fasi:


Fase iniziale: Prevalgono disturbi della memoria e del linguaggio. La persona è ripetitiva nell’esprimersi, tende a perdere gli oggetti, a smarrirsi e può avere reazioni imprevedibili.


Fase intermedia: il malato inizia a perdere la propria autonomia, può avere deliri e allucinazioni e richiede un’assistenza continua.


Fase severa: Si a la completa perdita dell’autonomia: il malato smette di mangiare, non comunica più, ed è costretto a letto o su una sedia a rotelle.


La durata di ogni fase varia da persona a persona e in molti casi una fase può sovrapporsi all’altra e la durata media della malattia va da otto a vent’anni.

Farmaci e terapie usate oggi.


Attualmente nonostante si hanno a disposizioni tecnologie avanzate e medici preparatissimi, la malattia di Alzheimer non è curabile, esistono però farmaci in grado di migliorare per un po’ di tempo alcuni sintomi cognitivi, funzionali e comportamentali e numerose attività in grado di ridurre i disturbi del comportamento. I farmaci disponibile sono gli inibitori della acetilcolinesterasi e la memantina, gli inibitori risultano efficaci nelle prime fasi della malattia e la memantina invece risulta efficace nelle forme moderatamente gravi o gravi. In assenza di risposte farmacologiche risolutive diventa sempre più importante prendersi cura della persona malata tramite terapie di riabilitazione (terapia occupazionale, stimolazione cognitiva, musicoterapia, pet Therapy) che hanno lo scopo di mantenere il più a lungo possibile le capacità residue del malato.


Il Rapporto Mondiale Alzheimer.


Ci sono nel mondo 46,8 milioni di persone affette da questa malattia e che sono numeri destinati quasi a raddoppiare ogni vent’anni. In Italia si stima che la demenza colpisca 1,2 milioni di persone e diverse ricerche ipotizzano che il numero crescerà fino a 1,6 milioni nel 2030. Non conoscendo ancora a fondo i meccanismi alla base della malattia, è difficile dire cosa fare e cosa non per prevenirla, sicuramente uno stile di vita sano composto da attività fisica regolare, alimentazione salutare e cura dei rapporti sociali può aiutare.