Crea sito
26.3 C
Comune di Bari
sabato, 4 Luglio, 2020
Home Blog

Coronavirus nCov-2019

L’origine

Verso la fine di dicembre del 2019 nella città di Wuhan in Cina vengono registrati dei casi di pazienti affetti da polmonite la cui causa è sconosciuta.

Tra l’11 e il 12 gennaio ricercatori cinesi hanno isolato e sequenziato l’RNA del virus e condiviso nelle banche dati internazionali GeneBank e GISAID. Dal sequenziamento emerge che buona parte del genoma di 2019-nCoV (circa il 70%) è uguale al genoma di SARS-CoV.
Il 22 gennaio viene pubblicato su il Journal of Medical Virology un rapporto con l’analisi genomica di 2019-nCoV. Sempre nello stesso articolo viene fatta presente che questo tipo di modificazioni genomiche sono compatibili con uno spillover (salto di specie) da pipistrello a serpente e successivamente all’uomo ma al momento non ci sono certezze, anzi.

Genoma di 2019-nCoV sequenziato

Spillover

2019-nCoV mostra elevata somiglianza a un gruppo di beta Coronavirus isolati da pipistrelli il che è plausibile essendo i pipistrelli un ottimo serbatoio ed essendo i pipistrelli implicati in altri fenomeni di spillover come nei casi di SARS, MERS ed Ebola.

Perché i pipistrelli si prestano facilmente a fenomeni di spillover? Una risposta potrebbe essere la loro capacità di essere relativamente prolifici, muoversi in gruppo e di nutrirsi del sangue di altri animali, cosa non troppo prudente; inoltre in Cina mangiare pipistrelli è normale e sono venduti al mercato accanto ad altri animali vivi.

Per quanto riguarda i serpenti la questione è più complessa. Solitamente il vettore intermedio nei casi di spillover di Coronavirus è rappresentato da un mammifero il che rende l’ipotesi serpente debole; nel caso della SARS il salto di specie avvenne da pipistrello a zibetto (mammifero) a uomo; nel caso di Ebola il virus passò da pipistrello a scimpanzé (mammifero) a uomo. Questi precedenti non rafforzano l’ipotesi di un passaggio intermedio attraverso il serpente. Inoltre i serpenti sono animali difficili da infettare e non hanno elevate capacità di trasmettere la malattia a molti individui della stessa specie.

Trasmissione e mortalità


Verso la fine di gennaio sono stati accertati due punti: il virus è trasmissibile da uomo a uomo e il periodo di incubazione può variare da 1 fino a 14 giorni.

Il secondo dato ci indica come un soggetto infetto può non presentare i sintomi per due settimane quindi può non sapere di essere malato e allo stesso tempo essere capace di infettare altre persone per un lasso di tempo relativamente ampio (anche se la trasmissione del virus da parte di un paziente asintomatico è abbastanza raro).

La capacità di trasmissione di un agente patogeno è definita come R0. Al momento l’articolo più prestigioso riguardo la capacità di trasmissione del coronavirus è firmato dal Lancet che suggerisce un valore R0 a 2019-nCoV compreso tra 3,6 e 4 cioè per ogni persona contagiata ne vengono contagiate altre 4 circa, che è un valore elevato ma non elevatissimo; per avere un elemento di paragone R0 dell’influenza è 1,3 mentre R0 del morbillo va da 12 a 17.

Per abbassare R0 al momento si pongono in quarantena fino a 14 giorni gli individui infettati e si diminuiscono gli scambi tramite aereo. Indicazioni per cittadini dell’Europa sono lavarsi bene le mani anche per oltre 20 secondi sotto lacqua, starnutire a livello del gomito e non toccarsi le mucose con le mani sporche.

Un indicatore per capire la gravità di un agente patogeno è la letalità cioè la quantità di pazienti che muoiono rispetto alla totalità di persone infette. Le prime stime parlano di un tasso di letalità pari al 3%.

C’è la probabilità molto elevata che al momento i malati di 2019-nCoV siano stati contati al ribasso nel senso che noi consideriamo pazienti affetti solo coloro che presentano i sintomi e che si rivolgono all’ospedale.

È possibile che molti infetti siano in fase di incubazione (di ben 14 giorni) o che alcuni non si rivolgano al medico sospettando un semplice raffreddore o malessere passeggero quindi probabilmente il dato della mortalità andrà diminuendo leggermente. Per avere un riferimento il livello di letalità di SARS è del 10%, di MERS è del 35% e di Ebola è del 60%.

Solitamente la letalità di un virus che ha appena effettuato lo spillover è elevata. Questo per motivi biologici; un organismo abituato da centinaia di anni allo stesso virus è capace col tempo di adottare sistemi di difesa utili a non morire anche se viene a contatto col virus; inoltre è a vantaggio del virus non uccidere velocemente l’organismo ospite infatti i virus evoluzionisticamente selezionati sono quelli capaci di proliferare senza causare la morte dell’ospite in pochissimo tempo, utile (l’ospite) sia come serbatoio che come mezzo per infettare altri individui.

Questo quadro cambia nel momento in cui un virus abituato a un determinato organismo si trova davanti a un organismo completamente diverso che non è mai evoluzionisticamente entrato in contatto col virus. In questo caso il virus può rivelarsi velocemente letale. Questa aggressività generalmente diminuisce col passare del tempo.

Al momento non sono disponibili né cura né vaccino. Si sta provando a capire se gli attuali retrovirali usati per altri virus simili sono efficaci contro 2019-nCoV.

In Italia


Il 2 febbraio 2020 Roberto Speranza, ministro della salute, ha annunciato in conferenza stampa che il virus è stato isolato presso l’ospedale Spallanzani di Roma. Prima di loro in Europa ci erano già riusciti i francesi dell’istituto Pasteur di Parigi che hanno isolato il virus il 22 gennaio e sequenziato il genoma il 29 gennaio.

I ricercatori dello Spallanzani hanno pubblicato in relazione allo studio di 2019-nCoV un articolo sul Journal of Medical Virology in cui si fa riferimento all’albero filogenetico e alla similitudine genetica col virus della SARS ma che analisi strutturali hanno rilevato che sono presenti mutazioni in “spike glycoprotein” e “nucleocapsid protein”.

Sequenziare il genoma del virus in ogni singolo Stato è una procedura normale e standardizzata. Permette di capire quali sono le proteine più stabili e che cambiano meno rapidamente sulla superficie del virus.

Sono proprio queste proteine stabili il bersaglio di una possibile terapia o vaccino in quanto se una proteina viene espressa solo in alcuni ceppi di virus o viene espressa però con delle leggere modifiche dallo stesso virus risulta inutile produrre un farmaco che abbia come target una proteina che potrebbe già essere mutata.

Un altro motivo della condivisione di queste informazioni nella comunità scientifica è la possibilità di capire se in determinate aree del mondo ci sono ceppi più aggressivi che quindi dovrebbero indurre il governo ad aumentare i controlli e misure di sicurezza.

l’Italia ha stanziato 5 milioni per contrastare il propagarsi della malattia adottando delle misure per evitare il contagio. Al momento sono presenti sul territorio italiano due pazienti accertati affetti da 2019-nCoV che sono stati messi in quarantena e isolati.

In Cina

Il presidente cinese Xi Jinping ha ammesso delle colpe nella comunicazione della malattia alla popolazione e nella gestione dell’emergenza. Ha richiesto l’aiuto dell’Europa che si è adoperata nel procurare materiale sanitario richiesto dalle autorità cinesi.

Il governo cinese ha pubblicamente reso noto che in questi giorni non ha ricevuto aiuto dall’America (con la quale era in corso una guerra commerciale a colpi di dazi) ma anzi accusa gli USA di aver fatto terrorismo psicologico nella popolazione controproducente alle azioni sanitarie cinesi.

Nei prossimi mesi è prevista una flessione dell’economia cinese che probabilmente l’America ha tutta l’intenzione di cavalcare e alimentare per arrivare più forte al tavolo delle trattative doganali dopo l’emergenza virale.

A Hong Kong gran parte dei medici ha indetto uno sciopero con lo scopo di ottenere un blocco completo dei rapporti con la Cina finché l’emergenza non sarà sotto controllo. Hong Kong è stata una delle città più colpite dall’epidemia di SARS il cui epicentro era in Cina.

I sintomi non sono dissimili da quelli di una influenza.

Nel mondo

La World Health Organization ha dichiarato il Public Health Emergency of International Concern (PHEIC). Una misura le cui procedure sono state definite nel 2005 a seguito dell’epidemia di SARS.

Non è una dichiarazione vincolante effettivamente per gli altri stati ma è una sorta di campanello d’allarme che invita i singoli stati a promuovere azioni per contrastare la malattia e a favorire la coordinazione scientifica fra gli Stati. Al momento le uniche emergenze PHEIC all’attivo sono per l’epidemia di polio e di ebola.

La WHO ha inoltre prodotto una serie di grafiche con informazioni generali sulle indicazioni e regole da seguire. In realtà queste sono norme di igiene elementare che dovrebbero sempre essere eseguite ma in questo periodo valgono più che mai.

Mascherina sì o no?

Le mascherine sono inutili se usate per proteggere se stessi dall’infezione. Le mascherine sono un presidio medico, hanno delle uscite laterali, non c’è un filtro che raccoglie le impurità esterne; sono utilizzate dai medici e dal personale in servizio per evitare di versare sostanze come saliva e muco che possono accidentalmente cadere durante un intervento. Nonostante ciò la psicosi ha indotto molte persone a comprare mascherine che in questi giorni hanno avuto un aumento dei prezzi vertiginoso.

Comprare da Aliexpress è sicuro?

Fondamentalmente di 2019-nCoV ad oggi si sa ancora poco quindi possiamo basare la nostra risposta ai dati che possediamo sui coronavirus molto simili a 2019-nCoV, cioè MERS e SARS. Questi ultimi non hanno una elevata capacità di resistenza al di fuori di una cellula ospite quindi quando si trovano all’esterno resistono per pochi minuti. I pacchi che vengono inviati dalla Cina invece solitamente rimangono stipati per settimane.

Al momento sembra che la modalità di contagio interumano sia tramite aerosol e contatto diretto quindi le probabilità che il contagio avvenga tramite oggetti inanimati stipati per settimane sia molto bassa se non nulla. Data la natura sconosciuta del virus non è possibile pretendere che questi dati siano certi ma sono molto plausibili considerate le nostre conoscenze su virus simili.

Mangiare in un ristorante cinese è sicuro?

Per quanto riguarda il coronavirus quest’ultimo non si trasmette tramite il cibo. Inoltre molto spesso i ristoranti di sushi presenti Italia non si riforniscono dalla Cina ma hanno fornitori italiani o europei. In generale i controlli sugli alimenti in Europa e soprattutto in Italia sono i migliori al mondo quindi non c’è da preoccuparsi.

L’unico fattore di rischio razionale per contrarre il coronavirus è venire a contatto con gente che è stata in Cina negli ultimi 15 giorni indipendentemente dalla loro nazionalità.

Il virus è stato creato in laboratorio?

Tra le tante figure turbocapitalistiche che stanno diffondendo la falsa notizia che il virus sarebbe stato creato in laboratorio ci sono Diego Fusaro e Fabio Massimo Castaldo.

La fake news trova origine nella intervista fuorviante rilasciata da Dani Shoham, un ex ufficiale dei servizi segreti israeliani (c’è sempre un ex ufficiale dei servizi segreti israeliani in ogni fake news che si rispetti) per il giornale Washington Times notoriamente poco affidabile e da non confondere col Washington Post molto più attendibile.

La teoria complottistica afferma che il virus sarebbe fuggito per sbaglio da un laboratorio segreto nei pressi di Wuhan. In effetti nei pressi di Wuhan esiste davvero un centro di ricerca su virus e batteri con livello di sicurezza massimo (4) chiamato National Bio-safety Laboratory.

In questo laboratorio cooperano scienziati di nazioni diverse come Francia, USA e Australia quindi risulta decisamente assurdo pensare che degli scienziati cinesi possano isolarsi dagli altri e condurre esperimenti segreti durante l’orario di lavoro di colleghi internazionali.

Lo stesso Shoham ha inoltre dichiarato che “ad oggi non c’è alcuna prova che ci sia stato un incidente” e che “l’intero contagio potrebbe avere ovviamente una origine naturale”.

La cosa che più mi rattrista è che questa tesi complottista sia stata ripresa da diverse testate e telegiornali molto famosi come Tgcom24 nella persona del direttore stesso, Paolo Liguori in data 25 gennaio. Altri esempi sono Il MessaggeroLiberoTpi e Il Giornale.

Fattore che rende completamente irrealistica l’ipotesi complottistica è che 2019-nCoV non ha le caratteristiche di un virus-arma. 2019-nCoV ha elevata trasmissione e bassissima mortalità. Un’arma biologica deve avere esattamente le caratteristiche opposte.

Conclusioni

Alla fine della storia, questa è una situazione preoccupante o meno? Il coronavirus in sé è relativamente preoccupante avendo una mortalità del 3% ed avendo moltissimi Paesi avviato procedure avanzate di contenimento.

Il problema preoccupante è che negli ultimissimi anni ci sono stati diversi casi di virus che hanno effettuato lo spillover come H1N1, H7N9, SARS, MERS, Ebola e adesso 2019-nCoV.

È necessario agire alla radice del problema aumentando i controlli sul mercato di animali vivi e altre attività umane che possono predisporre a futuri spillover.

Nel futuro non è improbabile che un virus a elevata trasmissione possa ricombinarsi con un virus a elevata mortalità. Fino ad ora non è successo ma è uno scenario possibile.

Hai domande specifiche sull’argomento o curiosità su altri argomenti che vorresti che trattasi in un altro articolo? Contattami o scrivi nel box commenti.

Runners e pericolo contagio

Ormai è evidente quanto sia importante il distanziamento sociale per ridurre il rischio di contagio da Coronavirus e la distanza consiglia è di 1-1,5 metri. Questo spazio ci rende sicuri se parliamo stando fermi ma, un esperimento condotto da scienziati dell’università di Eindhoven, ha  provato a mostrare cosa succede se camminiamo, corriamo o andiamo in bicicletta e quale distanza è da ritenere sicura durante queste attività.

L’esperimento è stato condotto in galleria del vento con stessi programmi usati per fare studi di aerodinamica. La camminata si è svolta a 4 Km/h, la corsa a 14,4 Km/h ossia al passo di 4 minuti e 10 secondi per chilometro (questo è il modo col quale misura la velocità un runner). 

Secondo lo studio a questa velocità un runner inizia ad andare in affanno e produce una quantità di droplet paragonabile a quella emessa con starnuti o colpi di tosse e logicamente la distanza a cui esse viaggiano supera il metro e mezzo. Il runner che corre dietro, seguendo perfettamente la scia, viene perciò investito da una nuvola di droplet che respirerebbe abbondantemente  durante l’inspirazione . La “nuvola” di droplet avrebbe massima concentrazione in 5 metri durante la camminata, in 10 correndo e in 20 metri andando in bicicletta.

I ricercatori però precisano che la nube può essere facilmente evitata da chi insegue spostandosi diagonalmente a 1,5 metri di distanza o affiancando chi corre davanti sempre rimanendo distanti 1,5 metri.

Le condizioni in cui è stato condotto l’esperimento sono situazioni teoriche difficilmente riscontrabili durante una vera corsa. Il primo punto che infatti inficia lo studio è la totale assenza di vento infatti non sappiamo se il vendo può allungare la scia rendendo la distanza insufficiente e o se al contrario ci sarebbe una diluizione della nube tale da rende la carica virale ininfluente.

La velocità poi è un parametro importante ma essendo il campione di runners studiati esiguo non sappiamo che sforzo sviluppano a quella velocità; per alcuni un passo di 4 minuti e 10 secondi per Km può essere un passo facile, quello che un runner definisce velocità di scarico, e la respirazione può essere facile emettendo una quantità di droplet di poco superiore a quella che si fa camminando; per altri lo stesso passo è una velocità che richiede sforzo e si emette molta saliva.

Essendo poi l’esperimento fatto al chiuso non si tiene conto dell’inquinamento atmosferico e, sappiamo bene, che il PM10 legandosi alla saliva consente alle droplet di viaggiare molto più lontano.

Rimangono perciò ancora molti punti da approfondire ma anche quando i runners , noi runner (chi scrive è un maratoneta)non saranno più visti come possibili untori e  si potrà fare attività motoria all’aperto, alcune precauzioni andranno prese:

Correre da soli e in luoghi poco affollati,aumentare la distanza da chi ci precede ricorrere a bandana o uno strumento protettivo che riduca la dispersione di saliva e, quando finalmente si tornerà alle gare, seguire la scia di chi ci precede non sarà proprio un’idea da furbetti.

Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA)

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è una patologia neurodegenerativa progressiva del motoneurone dell’età adulta, determinata dalla perdita dei motoneuroni spinali, bulbari e corticali, che conduce alla paralisi dei muscoli volontari fino a coinvolgere anche quelli respiratori.

La SLA è anche chiamata malattia di Lou Gehrig in quanto nonostante fosse stata scoperta per la nel 1869 dal neurologo francese Jean-Martin Charcot, ottenne l’attenzione internazionale solo nel 1939, quando ne fu colpito il giocatore di baseball Lou Gehrig.

Epidemiologia.

Si stima che in Italia siano presenti più di 6.000 persone affette da SLA. La SLA colpisce maggiormente tra la quarta e la settima decade di vita. Tuttavia, la malattia può colpire anche persone più giovani tra i venti e i trent’anni.

Fonte: Istat 2011

La prevalenza, cioè la percentuale di popolazione che risulta essere affetta da SLA, è in aumento.

L’incidenza, cioè la misura della probabilità di insorgenza di SLA nella popolazione entro un determinato periodo di tempo, è di 1-3 casi ogni 100.000 abitanti all’anno (fonte: www.aisla.it).

Generalmente la SLA si manifesta in percentuali maggiori in fasce d’età sempre più avanzate.

La SLA è più frequente negli uomini che nelle donne, anche se con l’aumentare dell’età, l’incidenza della malattia tenda ad essere pressoché uguale nei due sessi.

L’aspettativa di vita dopo la diagnosi è mediamente di 3-5 anni, anche se il suo decorso presenta diverse manifestazioni in ogni paziente che ne è affetto. Circa il 20% vive cinque anni o più; circa il 10% più di dieci anni. La sopravvivenza media negli ultimi anni è notevolmente aumentata, almeno in parte grazie ai miglioramenti nella gestione clinica, nella presa in carico e per la diffusione di supporti tecnologici.

Nel 90%-95% dei casi la causa non è nota. Circa il 5%-10% dei casi è dovuto a ereditarietà e circa il 50/% di questi casi sono dovuti a mutazione di uno di due geni specifici.

Le forme di SLA familiare sono clinicamente indistinguibili da quelle sporadiche

Fisiopatologia.

Viene definito motoneurone ogni neurone localizzato all’interno del sistema nervoso centrale (SNC) che trasporta il segnale all’esterno del SNC per controllare direttamente o indirettamente i muscoli e il loro movimento.

I motoneuroni sono le cellule nervose responsabili della contrazione dei muscoli volontari, coinvolti principalmente nella locomozione, ma anche nelle funzioni vitali, come la deglutizione e la respirazione. La degenerazione dei motoneuroni causa la progressiva paralisi dei muscoli da essi innervati.

I due tipi di motoneuroni coinvolti nella malattia sono i motoneuroni superiori, quelli cioè che collegano il cervello al midollo spinale, e i motoneuroni inferiori, che collegano i neuroni motori superiori dal midollo spinale a tutti muscoli del corpo.

Se un muscolo è inattivo per un lungo periodo, la sua massa inizia a diminuire ossia di atrofizza. Questo è il motivo dell’insorgenza del deperimento muscolare, un sintomo comune della SLA.

A-myo-trofico deriva dal greco. “A” è privativo, indica una negazione. “Myo” signirica che è riferito al muscolo, e “trofico” significa nutrimento – “Nessun nutrimento muscolare”. Quando un muscolo non ha nutrimento, si “atrofizza” o si consuma. “Lateral” identifica le aree nel midollo spinale di una persona dove si trovano le parti delle cellule nervose che controllano i muscoli. Poiché questa zona degenera, porta alla formazione di tessuto cicatriziale o indurimento (“sclerosi”) nella regione.

Sintomi.

Nei pazienti con SLA le capacità cognitive e sensoriali rimangono intatte nella maggior parte dei casi.Circa la metà delle persone che vivono con la SLA può incontrare difficoltà nell’apprendimento, nel linguaggio e nella concentrazione. Questo è generalmente noto come danno cognitivo.

Circa il 15% delle persone con SLA sperimenta gravi cambiamenti cognitivi e comportamentali che vengono diagnosticati come demenza frontotemporale (FTD). L’FTD è una forma di demenza sempre più riconosciuta, con segni e sintomi diversi dalla più comune malattia di Alzheimer (i cambiamenti comportamentali e i problemi di linguaggio sono più importanti nell’FTD).

L’inizio della SLA può essere così subdolo che i sintomi vengono spesso trascurati. I sintomi iniziali includono brevi contrazioni (mioclonie), crampi oppure una certa rigidità dei muscoli. Rigidità che influisce sul funzionamento di un braccio o di una gamba, e voce indistinta o tono nasale. Questi disturbi generali si sviluppano in forme di debolezza più evidente o atrofia, che possono portare il medico a sospettare una forma di SLA.

Le parti del corpo interessate dai sintomi iniziali della SLA dipendono da quali muscoli nel corpo vengono danneggiati per primi. Circa il 75% delle persone sperimenta la SLA con “esordio all’arto”. In alcuni di questi casi, i sintomi inizialmente si risentono su una delle gambe ed i pazienti ne divengono consapevoli quando camminano o corrono, oppure perché notano che inciampano più spesso. Altri pazienti con l’esordio all’arto sperimentano gli effetti della malattia su una mano o su un braccio, dato che essi hanno difficoltà ad eseguire compiti semplici che richiedono destrezza manuale, come abbottonare una camicia, scrivere o girare una chiave in una serratura.

Circa il 25% dei casi di SLA è ad “inizio bulbare”. Questi pazienti all’inizio notano difficoltà nel pronunciare la parola e le frasi (disartria), sino ad arrivare alla perdita della comunicazione verbale (anartria). Può anche essere presente un problema di motilità delle corde vocali, che determina a volte disfonia. Può essere presente una crescente difficoltà a deglutire liquidi, solidi o entrambi (disfagia). La lingua può presentarsi atrofica, e con fascicolazioni in seguito all’interessamento del XII nervo cranico (nervo ipoglosso).

Spesso è presente una facile stancabilità dei muscoli della masticazione, che insieme alla disfagia è spesso responsabile di dimagrimento e malnutrizione (per sopravvivere si rende quindi necessario un intervento per impianto PEG). Indipendentemente da quale sia la parte del corpo interessata per prima dalla malattia, la debolezza e l’atrofia muscolare si estendono ad altre parti del corpo con il progredire della malattia. I pazienti hanno problemi crescenti per spostarsi, per deglutire (disfagia) e nel parlare o nel formare le parole (disartria).

Altri sintomi includono il progressivo irrigidimento dei muscoli (spasticità) e la presenza di riflessi esagerati (iperreflessia) o di riflessi patologici (alluci muti, segno di Hoffmann, segno di Babinski). Segni di danno del secondo motoneurone sono la presenza di ipo-atrofia dei muscoli da questo innervati, fascicolazioni (guizzi muscolari percepibili sotto cute), crampi muscolari, riduzione del tono muscolare e dei riflessi osteotendinei.

Un riflesso anomalo, noto in medicina come segno di Babinski che consiste nell’estensione in alto dell’alluce del piede e nello “sventagliamento” all’infuori delle altre dita, quando la pianta del piede viene stimolata, ad esempio graffiandola con una matita, c’è da aggiungere che tale riflesso è normale nel bimbo che non ha ancora imparato a camminare, diventa anomalo sopra i 16 mesi circa di età.

Circa il 15 – 45% dei pazienti sperimenta il cosiddetto “effetto pseudobulbare”, conosciuto anche come “labilità emotiva”, che consiste in attacchi di riso incontrollabile oppure pianto.

Man mano che il diaframma ed i muscoli intercostali si indeboliscono, la capacità vitale e la pressione inspiratoria forzata (due indici polmonari) diminuiscono. Nell’inizio bulbare della SLA, questo può accadere prima che si verifichi la debolezza di un arto in modo significativo ed evidente.

Diagnosi.

Per essere diagnosticati come affetti da SLA, i pazienti devono avere segni e sintomi di danno sia al motoneurone superiore, che a quello inferiore, che non possano essere attribuiti ad altre cause.

Anche se la sequenza di comparsa dei sintomi emergenti e la velocità di progressione della malattia variano da persona a persona, quasi sempre, alla fine, i pazienti non saranno in grado di stare in piedi o di camminare, salire o scendere dal letto da soli, utilizzare le mani e le braccia. Le difficoltà a inghiottire e masticare danneggiano la capacità del paziente di mangiare normalmente ed aumentano il rischio di soffocamento. Mantenere il proprio peso allora diventerà un problema. Questo perché di solito la malattia può non interessare le capacità cognitive e i pazienti sono consapevoli della loro progressiva perdita di funzionalità e possono quindi divenire ansiosi e depressi.

Terapia.

In riferimento ai sintomi polmonari, la ventilazione C-PAP oppure quella a pressione positiva Bilevel (a cui frequentemente ci si riferisce con l’acronimo B-PAP) è frequentemente utilizzata per sostenere la respirazione, inizialmente soltanto di notte e, con l’aggravarsi della malattia, anche di giorno.

È consigliabile che, prima che la terapia con B-PAP diventi insufficiente, il paziente decida se farsi praticare una tracheotomia ed attraverso essa ricevere la ventilazione meccanica a lungo termine. Una parte dei pazienti non accetta questa pratica ed invece sceglie cure palliative in una unità per lungodegenti: la maggior parte delle persone con SLA muore in seguito ad insufficienza polmonare o all’insorgere di polmonite, e non direttamente per la malattia.

Finora non è stata scoperta alcuna cura definitiva per la SLA. Nonostante questo, la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato il primo trattamento farmacologico per la malattia: il riluzolo. Si pensa che il riluzolo possa ridurre il danno ai motoneuroni, perché riduce il rilascio di glutammato. Test clinici in pazienti con SLA hanno mostrato che il riluzolo prolunga la sopravvivenza fino a soli tre mesi, e può estendere il tempo di sopravvivenza soprattutto nei pazienti con SLA ad inizio bulbare.

Biologia molecolare.

Di seguito sono riportati alcuni dei meccanismi che si sospetta siano coinvolti nella degenerazione del motoneurone.

Aggregazione. Accumuli anormali (aggregati) di molecole proteiche si raggruppano all’interno dei motoneuroni affetti da SLA, interrompendo il loro normale funzionamento.

Alterato metabolismo dell’RNA. La produzione e il trasporto di molecole di RNA, necessarie per costruire proteine, possono essere alterate e la produzione di proteine potrebbe essere influenzata negativamente e causare la malattia.

Alterazioni delle proteine strutturali. A causa della lunghezza insolita dei loro assoni, i motoneuroni richiedono grandi quantità proteine note come neurofilamenti, che costituiscono le fibre strutturali che aiutano l’assone a mantenere la propria forma. Nei pazienti con SLA, così come altre malattie neurodegenerative, le proteine dei neurofilamenti non riescono a interagire correttamente, creando fibre disorganizzate o accumuli anomali (aggregazioni) di neurofilamenti all’interno del motoneurone. Questi aggregati alterano la struttura del citoscheletro, lo “scheletro” cellulare che garantisce il mantenimento della forma e della struttura dei motoneuroni e di altre cellule, provocando la degenerazione cellulare.

Alterazione della rete di comunicazione. Il sistema nervoso trasmette costantemente segnali elettrici ai muscoli attraverso i motoneuroni. L’impulso elettrico viaggia lungo l’assone del motoneurone e, quando raggiunge la fine dell’assone, il messaggio elettrico viene convertito in un messaggio chimico (un neurotrasmettitore) che diffonde rapidamente attraverso la sinapsi a un secondo motoneurone (o al muscolo bersaglio). Per molti motoneuroni questo messaggero chimico è il glutammato, che in alte concentrazioni può essere tossico e causare eccitotossicità. Essendo costantemente sollecitati per la necessità di controllare il movimento dei muscoli, degli arti e della respirazione i motoneuroni sono, in teoria, inclini all’eccitotossicità. Il Riluzolo, il primo farmaco approvato dalla FDA per la SLA, si ritiene che agisca sul sistema del glutammato.

Interruzione del trasporto assonale. Nella maggior parte delle cellule, le molecole importanti sono prodotte nel nucleo della cellula e nelle strutture circostanti e vengono quindi trasportate nelle regioni della cellula dove sono necessarie. I motoneuroni sono grandi cellule, con grandi assoni che misurano fino a un metro di lunghezza. È necessario dunque che i loro sistemi di trasporto dei nutrienti, rifiuti e componenti cellulari da un’estremità del neurone all’altra funzionino correttamente. Questa caratteristica rende il motoneurone maggiormente vulnerabile alle malattie. Ricerche recenti condotte su modelli murini e umani suggeriscono che le alterazione del trasporto assonale possa giocare un ruolo importante nella SLA. Se una qualsiasi parte del sistema di trasporto diventa difettosa, può causare un’interruzione dell’intero sistema e portare alla degenerazione del motoneurone.

Danno ossidativo. I radicali liberi dall’ossigeno sono sostanze chimiche tossiche formate come normale sottoprodotto di processi cellulari, che normalmente vengono eliminati dagli antiossidanti. Nella SLA tuttavia, i meccanismi di difesa antiossidante propri dei motoneuroni possono essere alterati, portando a un accumulo tossico di rifiuti. Il recente farmaco approvato per la SLA, edaravone, sembra agire su questa via. Tuttavia, gli studi sugli integratori antiossidanti nei modelli murini hanno dimostrato che questi non sono in grado di modificare in modo significativo il decorso della malattia.

Danno mitocondriale. Con la loro elevata domanda di energia e il tasso metabolico, i motoneuroni hanno un gran numero di mitocondri – gli organelli che costituiscono le “centrali energetiche” di tutte le cellule. Anomalie nei mitocondri sono state riscontrate in diverse malattie neurodegenerative, inclusa la SLA.

Carenza di fattori nutritivi. Una delle sorprendenti scoperte degli ultimi anni è stata il riconoscimento del ruolo dei fattori di crescita, precedentemente ritenuti non correlati alla malattia, nello sviluppo della SLA. Alcuni studi hanno dimostrato che i motoneuroni diventano più suscettibili alla SLA a causa della mancanza di nutrienti. In particolare è stato evidenziato come la carenza di un gruppo di sostanze chimiche, chiamate fattori neurotrofici, abbia un ruolo nell’insorgenza della malattia.

Vicini problematici. I motoneuroni sono circondati da cellule chiamate glia, che normalmente forniscono ai neuroni sostegno e nutrimento. Tuttavia, i ricercatori hanno scoperto che le cellule gliali, come astrociti e oligodendrociti, possono in effetti contribuire alla degenerazione dei neuroni motori se le loro attività di supporto vengono alterate.

Infiammazione. L’infiammazione fa parte della reazione protettiva del sistema immunitario contro i danni ai tessuti o l’invasione da parte dei microbi. È un processo che dovrebbe aiutare a guarire. Ma a volte l’infiammazione che accompagna malattie o lesioni è controproducente. L’infiammazione può trasformarsi in un attacco non necessario ai tessuti del corpo, come nell’artrite o nelle malattie autoimmuni. Crescenti evidenze hanno mostrato che l’infiammazione accompagna la morte dei motoneuroni nella SLA, e che le cellule della glia, chiamate microglia, che di solito proteggono il Sistema Nervoso Centrale dagli attacchi esterni, possono diventare troppo attive e produrre effetti indesiderati e promuovere il danno.

Fonte: http://www.arisla.org/?page_id=75

Terapia al plasma contro il coronavirus, ha senso rincorrerla?

La parola immunità deriva dal latino immunitas e, in campo medico indica la condizione di refrattareità a una tossina o ad un agente patogeno.

L’immunità può essere naturale o artificiale, passiva o attiva. L’immunità naturale passiva è quella che si stabilisce attraverso la trasmissione di anticorpi materni dalla madre al feto (per via placentare) e dalla madre al neonato attraverso il latte materno, ricchissimo di immunoglobuline che proteggeranno il bambino nella primissima fase della sua vita. Il sistema immunitario del neonato non proteggerebbe il bimbo da molte infezioni esponendolo a numerosi rischi, la presenza di anticorpi trasmessi dalla madre garantisce una protezione efficace ma transitoria. Pian piano infatti il latte materno perderà questa efficacia e il bambino svilupperà difese autonome; il bambino inizialmente si ammalerà abbastanza spesso essendo sposto a agente patogeni per lui nuovi. Il suo sistema immunitario però produrrà anticorpi specifici e quando tornerà in contatto con un virus a lui già noto il corpo lo riconoscerà producendo velocemente anticorpi specifici: questa è l’immunità naturale attiva.

L’immunità artificiale è quella indotta attraverso vaccini o sieri.

I sieri non sono altro che la componente liquida del sangue in cui sono presenti anticorpi specifici per una determinata tossina o virus; un esempio è il siero antitetanico che si fa (in soggetti non vaccinati per il tetano) in seguito a ferite lacere contuse; serve una risposta immunitaria quasi immediata perciò si ricorre al siero. I sieri infatti garantiscono un’immunità specifica , veloce ma fugace; sono perciò un’utilissima soluzione di emergenza ma non danno una protezione duratura e non prevengono infezioni.

I vaccini invece vengono ricavati attenuando o inattivando i virus e successivamente iniettando il virus inattivato, o parte di esso (con funzione di antigene) nel paziente,ciò determina la produzione di anticorpi e il raggiungimento di un’immunità artificiale attiva che è duratura nel tempo. La durata è variabile a seconda della virus, e possono anche essere necessari dei richiami ma garantisce una protezione lunga. I vaccini perciò sono indispensabili per prevenire infezioni virali pericolose e in alcuni casi letali, mentre i siero sono utili per curare pazienti già malati.

In questo momento perciò non ha ragion d’essere una sterile polemica tra sostenitori di vaccini o siero in quanto sono armi differenti per combattere la pandemia e la ricerca deve muoversi in entrambe le direzioni.

Eparina, perché viene usata contro il coronavirus?

L’eparina a basso peso molecolare ( LMWH low molecular weight heparin) è un farmaco anticoagulante.

Prima che avessimo a disposizione quest’arma importante si utilizzava eparina naturale con un peso molecolare variabile tra i 5000 e i 30000 Dalton. Le eparine di sintesi hanno un peso molto inferiore (tra 1000 e 10000 Dalton) variabile al variare della molecola presa in esame: enoxaparina, nadroparina, parnaparina, etc.

I vantaggi delle LMWH sono molteplici:

– la via di somministrazione è sottocutanea perciò sono autosomministrabili anche in ambiente       domestico mentre l’eparina classica andava somministrata per via endovenosa

– l’effetto è più prevedibile 

– minori effetti collatterali e con incidenza molto più bassa

– emivita maggiore che riduce le somministrazioni giornaliere

– la possibilità di un dosaggio “ad personam” visto la varietà di molecole in commercio

Le eparine a basso peso si legano all’antitrombina (AT). In questo modo bloccano la coagulazione e riducono il rischio di formazione di trombi. Il legame tra LMWH e AT è di breve durata ma anche una volta rotto l’ AT non riesce ad attivare la coagulazione perciò una singola molecola di eparina inibisce diverse molecole di AT.

Ma tutto questo cosa ha a che fare col SARSCov2?

Le LMWH sono state subito usate allo scoppiare dell’epidemia. Soprattutto nei pazienti con forme moderate o severe di COVID19 lo scopo era quello di ridurre le complicazioni dovute a tromboembolie.L’eparina tra l’altro ha anche attività antiinfiammatoria e anche questo meccanismo è utile contro il SARSCov2. Mentre inizialmente si son trattati solo pazienti ospedalizzati, in un secondo tempo, vista anche la facilità di somministrazione si è proceduto ad estendere il suo uso anche su pazienti trattati domiciliarmente anche associandola ad altri farmaci e ciò ha portato a una riduzione delle ospedalizzazioni.

All’aumentare della casistita ci si è accorti di un terzo meccanismo con cui le LMWH combattono il virus; il coronavirus avrebbe spiccata affinità per le molecole di eparina che quindi fungerebbero da falso bersaglio legandosi alle molecole di virus e riducendo la carica virale nel paziente trattato.

Rimangono ancora molte zone d’ombra però e in Italia sono in corso ben 12 sperimentazioni cliniche per dare risposta a queste domande:

-quale  sarebbe il dosaggio più corretto?

-quante somministrazioni giornaliere?

– tra le diverse eparine autorizzate e sperimentate quale garantisce  (sul coronavirus) i risultati migliori?

Ciò che a oggi è certo è che le LMWH non saranno l’arma definitiva contro il Virus ma possono avere e in parte hanno già avuto un ruolo importantissimo nel ridurre le complicanze legate al SARSCov2.

Avigan, è davvero efficace contro il coronavirus?

L’ Avigan (favipiravir) è un farmaco da alcuni ritenuto “innovativo” ma davvero è così efficace contro il SARSCov2?

Tutto il parlare di Avigan nasce da un video girato in Giappone da un sedicente farmacista; nel video si afferma che l’uso di questo farmaco è il motivo per cui in Giappone non ci si ammala di Covid19.

Questo però non non è affatto vero o perlomeno non del tutto. L’Avigan ha l’ autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) da diversi anni e viene usato come farmaco di seconda battuta contro in caso di virus influenzali particolarmente resistenti al trattamento con altri antivirali.

Il farmaco si è dimostrato efficace contro il SARSCov2 su un campione ristretto di pazienti paucisintomatici riducendo i tempi di guarigione di circa quattro giorni, il tutto se associato a interferone alfa.

Esiste anche uno studio condotto in Cina su 340 pazienti, sempre affetti da forma lieve di SARSCov2, e il farmaco è stato efficace nel 90% dei casi trattati.

Come mai allora non si è esteso l’uso in Italia e nel mondo?

In Italia questo farmaco è oggetto di sperimentazione in Veneto; si stanno anche testando altri antivirali (per esempio quelli già testati contro HIV) o antimalarici che si ipotizza possano bloccare il nuovo coronavirus. L’Avigan però non ha AIC né in Europa né negli USA e le procedure per ottenerla sono molto rigorose; si sta cercando di velocizzare queste procedure (per i vari farmaci studiati contro il coronavirus) ma sempre verificando l’efficacia e la sicurezza del farmaco.

Anche se la molecola è infatti utilizzata in Giappone va studiato il rapporto rischi/benefici perché, a oggi, è stata usata solo su etnie con corredo genetico molto differente dal nostro; questo non è un dato trascurabile perché popolazioni differenti possono rispondere in modo diverso ai differenti farmaci. E’ scientificamente dimostrato per esempio come alcuni diuretici dimostrino essere più efficaci nella popolazione afroamericana o come alcune statine (attive nell’ipercolesterolemia) mostrino effetti collaterali più marcati nella popolazione asiatica; ciò è dovuto a differenze significative del corredo enzimatico.

Perciò prima di credere a notizie diffuse da “ignoti” nella rete e fare pressioni per uso di farmaci che ancora non hanno ancora dimostrato sicurezza ed efficacia è sempre meglio verificare l’attendibilità delle fonti e ricordarsi che in tutto il mondo i migliori ricercatori sono impegnati nella ricerca e nello studio di molecole che possano aiutarci a vincere questa battaglia.

Coronavirus: ci si può riammalare?

È forse una delle domande più frequenti di queste settimane, caratterizzate da dubbi più specifici, indagini più settoriali, numeri esorbitanti e tanta paura.
La vera domanda è: la risposta immunitaria che il singolo malato sviluppa dopo l’infezione conferisce immunità? Se sì, per quanto tempo?
È importante rispondere, perché se ci si immunizza, chi è guarito dalla malattia o l’ha fatto in modo asintomatica potrebbe uscire da casa e tornare al lavoro, in attesa che sia trovato e distribuito il vaccino.

Tutti i dubbi sono partiti alla fine di gennaio, quando in Cina e Giappone sono stati riscontrati numerosi casi di persone dichiarate guarite che sono nuovamente risultate positive senza però manifestare i sintomi.


Tra questi, il caso più famoso riguarda una donna di Osaka che aveva contratto il nuovo coronavirus alla fine di gennaio ed era stata dimessa dall’ospedale in buone condizioni il 1 febbraio. Un test negativo il 6 febbraio aveva confermato la guarigione, ma il 26 febbraio la donna, che avvertiva mal di gola e dolori al petto, è risultata di nuovo positiva.

Partiamo dal presupposto che non tutte le infezioni garantiscono un’immunità permanente, una volta contratte. Il principio che risulta valido per le cosiddette malattie esantematiche, come il morbillo che genera immunità a vita, non vale per i coronavirus né, per citare un altro esempio, per l’influenza: il vaccino antinfluenzale va ripetuto ogni anno proprio perché non garantisce un’immunità di maggiore durata a causa dell’elevata mutabilità a cui sono esposti i virus influenzali.


È stato calcolato che gli anticorpi contro altri coronavirus, che causano il comune raffreddore, resistono da uno a tre anni, mentre per SARS e MERS si parla rispettivamente di 8/10 anni e 1/2 anni. Nel caso ci si dovesse riammalare, comunque, la seconda volta dovrebbe essere meno aggressiva della prima, grazie alla capacità delle cellule immunitarie di ricordare ciò che hanno già combattuto.
Sul tipo di immunità sviluppata dai pazienti guariti da covid-19, però, esistono ancora pochi dati disponibili.

È utile per la comprensione del problema, poi, fare una importante distinzione: la guarigione può essere di tipo clinico e virologico. Se un malato che ha avuto il Covid-19, dopo aver manifestato i sintomi associati all’infezione da Sars-CoV-2, diventa asintomatico, è solo un paziente clinicamente guarito, ma c’è un’altissima probabilità che non lo sia dal punto di vista virologico, che abbia, cioè, l’RNA virale ancora circolante nei fluidi corporei.

Ad oggi, una persona si definisce guarita quando risulta negativa a due test che vengono effettuati consecutivamente a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. Si è soliti ripetere il test dopo 14 giorni dal primo tampone positivo, in modo da verificare la clearance, in gergo “eliminazione” completa del virus. La negatività ripetuta conferma che non si è più contagiosi.

Cosa, allora, pare andare storto in qualche caso? L’evidente sfasatura tra la scomparsa dei sintomi e l’eliminazione del virus: le esperienze cliniche e di laboratorio dimostrano come Sars-cov-2 in realtà permanga nell’organismo ospite per circa 4-5 settimane. È molto più probabile, quindi, pensare per la donna di Osaka ad una riacutizzazione dei sintomi, come una sorta di ricaduta, piuttosto che ad una seconda infezione. Alcuni avanzano l’ipotesi che il virus potrebbe essere rimasto attivo nell’organismo della paziente a livello subclinico e, come tale, non rilevabile con il test del tampone, altri ancora fanno ricadere la colpa su un’inadeguata gestione pre-analitica del campione o un limite di sensibilità del test.

Nel frattempo, è innegabile l’importanza degli anticorpi nella ricerca contro il vaccino: ammessa dall’OMS e già attuata in Cina, al San Matteo a Pavia è già in corso una sperimentazione che ovviamente ha come fine ultimo la realizzazione di un vaccino con l’utilizzo del sangue ricco di anticorpi dei guariti tornati in ospedale a donare; si tratta di una prassi già consolidata durante le precedenti epidemie virali comeSars e Ebola e che ha sempre fornito ottimi risultati.

Siamo di fronte ad un virus che circola tra la gente solo da pochi mesi. Ogni singolo scienziato del globo chiuso nel proprio laboratorio con il massimo livello di sicurezza si sta confrontando con un organismo sostanzialmente nuovo; di certo i “cugini” coronavirus possono costituire un fondamentale punto di partenza, ma Sars-cov 2 al tempo stesso agisce secondo una sua logica e presenta determinate e peculiari caratteristiche.

Così come si imparerá a conviverci, allo stesso modo a breve comprenderemo i segreti nascosti nella sua struttura e capiremo come difenderci.

Alzheimer, la malattia che tormenta la scienza

Alzheimer, una malattia di cui si sente parlare sempre di più , ma allo stesso tempo non abbastanza.


La storia e i primi studi della malattia di Alzheimer.


La malattia deve il suo nome ad un neurologo tedesco, Alois Alzheimer che per la prima volta nel 1906 ne descrisse i sintomi. Alois Alzheimer riscontró nel cervello di una donna di 51 anni, morta in seguito ad un’ insolita malattia mentale delle placche amiloidi e ammassi neurofibrillari a cui non seppe dare una spiegazione. Ma fu soltanto nel 1910 che la malattia ebbe ufficialmente un nome, quando Emil Kraepelin, il più famoso psichiatra tedesco pubblicò il suo trattato “Psichiatria”, nel quale definiva una nuova forma di demenza scoperta da Alzheimer, chiamandola appunto malattia di Alzheimer. Inoltre in questa scoperta, ebbe un ruolo molto importante anche un giovane ricercatore italiano: Gaetano Perusini. Egli si recó a Monaco dove Emil Kraepelin gli affidó la parte finale della sua ricerca. Il giovane ricercatore italiano studió quattro casi e percepí l’azione di una specie di cemento che incollava insieme le fibrille neuronali.


L’Alzheimer nel ventunesimo secolo.


Sono trascorsi circa 100 anni da allora, e oggi sappiamo che la malattia di Alzheimer è la più comune causa di demenza, il processo degenerativo colpisce progressivamente le cellule e le connessioni cerebrali, provocando un insieme di sintomi che causano il declino progressivo e globale delle funzioni cognitive e il deterioramento della personalità e delle relazioni. Attualmente non si riesce ad individuare un’unica origine, ma più fattori, il principale fattore di rischio è l’età, l’Alzheimer non è l’inevitabile conseguenza dell’invecchiamento, ma una malattia vera e propria.


Azione delle proteine beta amiloidi e proteina tau.


Da ricerca condotta alla Stanford University è emerso che prima di formare le placche cerebrali caratteristiche del morbo di Alzheimer, le proteine beta amiloidi associato all’accumulo di grovigli di proteina tau agiscano distruggendo le sinapsi. La ricerca porta alla conclusione che la malattia di Alzheimer inizia a manifestarsi molto prima che sia evidente la formazione delle placche. Le proteine beta amiloidi iniziano la loro vita come molecole singole, ma tendono presto ad aggregarsi, dapprima in piccoli ammassi, che sono solubili in acqua e possono quindi muoversi liberamente nel cervello, e infine in placche, che rappresentano un segno caratteristico dell’Alzheimer, insieme con la perdita di memoria e la destrutturazione delle capacità cognitive, determinato da deterioramento delle sinapsi, i collegamenti tra i diversi neuroni che consentono la trasmissione degli impulsi nervosi.


Fasi e sviluppo della malattia.


Essa è definita la «malattia delle quattro A»: perdita significativa di memoria (amnesia), incapacità di formulare e comprendere i messaggi verbali (afasia), incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi (agnosia) e incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari anche attraverso l’impiego di oggetti, per esempio vestirsi (aprassia). I medici, nonostante il decorso della malattia é unica per ogni individuo, sono riusciti ad individuare tre fasi:


Fase iniziale: Prevalgono disturbi della memoria e del linguaggio. La persona è ripetitiva nell’esprimersi, tende a perdere gli oggetti, a smarrirsi e può avere reazioni imprevedibili.


Fase intermedia: il malato inizia a perdere la propria autonomia, può avere deliri e allucinazioni e richiede un’assistenza continua.


Fase severa: Si a la completa perdita dell’autonomia: il malato smette di mangiare, non comunica più, ed è costretto a letto o su una sedia a rotelle.


La durata di ogni fase varia da persona a persona e in molti casi una fase può sovrapporsi all’altra e la durata media della malattia va da otto a vent’anni.

Farmaci e terapie usate oggi.


Attualmente nonostante si hanno a disposizioni tecnologie avanzate e medici preparatissimi, la malattia di Alzheimer non è curabile, esistono però farmaci in grado di migliorare per un po’ di tempo alcuni sintomi cognitivi, funzionali e comportamentali e numerose attività in grado di ridurre i disturbi del comportamento. I farmaci disponibile sono gli inibitori della acetilcolinesterasi e la memantina, gli inibitori risultano efficaci nelle prime fasi della malattia e la memantina invece risulta efficace nelle forme moderatamente gravi o gravi. In assenza di risposte farmacologiche risolutive diventa sempre più importante prendersi cura della persona malata tramite terapie di riabilitazione (terapia occupazionale, stimolazione cognitiva, musicoterapia, pet Therapy) che hanno lo scopo di mantenere il più a lungo possibile le capacità residue del malato.


Il Rapporto Mondiale Alzheimer.


Ci sono nel mondo 46,8 milioni di persone affette da questa malattia e che sono numeri destinati quasi a raddoppiare ogni vent’anni. In Italia si stima che la demenza colpisca 1,2 milioni di persone e diverse ricerche ipotizzano che il numero crescerà fino a 1,6 milioni nel 2030. Non conoscendo ancora a fondo i meccanismi alla base della malattia, è difficile dire cosa fare e cosa non per prevenirla, sicuramente uno stile di vita sano composto da attività fisica regolare, alimentazione salutare e cura dei rapporti sociali può aiutare.

Cronistoria del coronavirus

31 dicembre 2019: la Commissione sanitaria municipale di Wuhan segnala ufficialmente una serie di casi di polmonite proveniente da un ceppo ignoto.

9 Febbraio 2020: Chiudono tutti e 14 gli ospedali modulari costruiti per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Sembra che il grosso sia superato e non resti altro che contenere eventuali nuovi focolai ed evitare i contagi da rientro.

Se ci fate caso, siamo passati dal considerare la Cina da Paese untore a modello a cui aspirare e da imitare per uscire il più in fretta possibile da questo incubo.
Cosa è successo in questi due mesi?

Le notizie si sono succedute con una velocità incredibile e spesso si sono accavallate e confuse.

Pensiamo sempre al nostro giardino, ma si possono andare a riconoscere errori o sviste anche nell’ apparentemente inattaccabile protocollo attuato dal governo cinese?
Per fare questo tipo di discorso, è necessario cronicizzare gli eventi. Almeno i principali.
Vediamo insieme.

Davvero possiamo considerare la fine di Dicembre come l’inizio della reale diffusione? No, ormai lo sappiamo. Non solo perché effettivamente i casi si erano registrati molto prima, ma perché c’è da considerare una questione più che controversa: la trasparenza del governo cinese.

Nelle prime due settimane di novembre (sì, avete capito bene) sono stati ricoverati circa 7 pazienti che manifestavano i sintomi di un nuovo tipo di virus, non corrispondente a nessun altro noto e solo il 9 Gennaio identificato come un nuovo ceppo di coronavirus: il 2019-nCov (ora Covid-19). Questa notizia, però, è stata divulgata dal governo cinese solamente il 13 marzo 2020. Perché? Di tratta probabilmente di una concamitanza di cause: le celebrazioni poi interrotte del Capodanno, il terrore di una scoperta del genere e la paura instaurata dall’amministrazione centrale hanno portato le autorità locali a sopprimere la libertà di stampa e di parola.

Il 12 dicembre la notizia di un nuovo virus circolante nella metropoli di Wuhan viene resa nota dall’emittente televisiva statale cinese CCTV e solo il 31 diviene di dominio pubblico quando comunicata ufficialmente all’OMS. Nel frattempo, incalcolabile il numero di gente che ha viaggiato, è entrata ed uscita dalla città, è entrata in contatto con gente malata asintomatica, è persino guarita.

Giá dal 30 Dicembre un oculista 34enne dell’ospedale di Wuhan, Li Wenliang, aveva avvisato in via confidenziale alcuni amici della diffusione di questa forma di polmonite simile alla Sars e del fatto che tutti erano stati messi in quarantena. Poco dopo l’invio del messaggio, Li viene contattato dalle autorità locali e accusato di aver diffuso notizie false.

Il 4 febbraio l’emittente televisiva americana CNN riesce a intervistare il dottor Li, che in quel momento si trova in un letto di ospedale dopo aver contratto il virus. Due giorni dopo, il dottor Li muore.

L’1 Gennaio 2020 il mercato di Wuhan, ritenuto ad oggi dalle autorità il focolaio di partenza, viene chiuso.

Benché il salto del virus da animale a uomo non sia ancora notizia certa, a fine Febbraio è stata annunciata la decisione di bandire il commercio di animali selvatici e esotici dai mercati cinesi, decisione che dovrebbe confluire in una legge organica nei prossimi mesi. Meglio tardi che mai.

Mentre il virus comincia a diffondersi ma resta apparentemente circoscritto a Wuhan e provincia, il 10 Gennaio l’Oms divulga la notizia e fornisce tutte le indicazioni del caso. Sono ancora permessi i viaggi intercontinentali da e per la Cina, ma da ora, mentre ancora l’Europa brancola nel buio dell’incertezza, l’Assemblea nazionale, una specie di Parlamento cinese, si mobilita.

Quando le autorità si rendono conto -o meglio, ammettono- di avere a che fare con una gravissima epidemia, blindano un’area grande come l’Italia, adottando restrizioni che fanno impallidire quelle a cui ha fatto ricorso il governo Conte. Si tratta della più grande misura di quarantena mai disposta nella storia umana.
Il lockdown improvviso riguarda principalmente l’intero Hubei, ma poi si estende a quasi tutta la Cina, costringendo oltre 60 milioni di cinesi ad una trincea forzata.
Ci si è ben presto resi conto che la tecnologia avrebbe potuto giocare un ruolo chiave nel contenere il contagio: gli ingressi a lavoro e le pochissime uscite consentite sono state permesse dalla scansione del QR code personale e dalla compilazione di un modulo in cui erano da indicare la presenza di sintomi e i movimenti recenti. I droni hanno operato un’azione di disinfezione delle città e gli spostamenti sono stati totalmente impediti dal dispiegamento capillare delle forze militari.

L’apertura di 14 ospedali da campo è stata accompagnata dall’entrata in funzione, in alcuni ospedali di Wuhan, di “dottori robot”, che si sono occupati di semplici attività quali la rilevatura della temperatura corporea e la consegna dei pasti al pazienti, limitando così il possibile contagio del personale sanitario. 

Per i cittadini cinesi, quindi, il controllo aggressivo realizzato per gestire l’emergenza coronavirus non è stato altro che l’ultimo tassello di un sistema che limita da tempo la libertà delle persone. Ciò ha contribuito a normalizzare le misure eccezionali che, se applicate in Paesi democratici europei, difficilmente sarebbero state comprese dalla popolazione.

Mentre in Europa comincia l’escalation di casi e morti e l’OMS dichiara l’11 Marzo una situazione di pandemia globale, la Cina marcia decisa verso la rinascita.
Le draconiane misure di limitazione del contagio hanno funzionato e finalmente il 19 Marzo si registra il primo giorno senza contagi, seguito da parecchi altri.

Quanto sono affidabili le cifre fornite dal governo cinese? Non molto, secondo voci della stampa internazionale e delle organizzazioni umanitarie. Da quando è scoppiata la pandemia, il governo ha più volte cambiato metodo di conteggio dei casi, adeguandosi solo in un secondo momento al modello OMS.

Nella speranza che il domani ci riservi dati in remissione e un graduale ma costante ritorno alla normalità, è sempre bene ricordare che non è sempre oro ciò che luccica e informarsi bene è la chiave per la comprensione del mondo.

Covid-19, la prova definitiva che non è stato creato in laboratorio

La rivista Nature Medicine ha da poco pubblicato un articolo in cui viene effettuato lo studio sul genoma del SARS-CoV-2.

Kristian Andersen, dello Scripps Research Institute di La Jolla, autrice dello studio dichiara che il virus è figlio di processi naturali.

Il virus presenta sulla sua superficie una proteina caratteristica chiamata spike la quale attraverso un uncino molecolare chiamato porzione Rbd viene usata dal virus per legarsi al recettore Ace2 (implicato nella regolazione della pressione sanguigna) esposto sulla superficie della cellula umana.

Il legame tra Rbd e Ace2 è talmente aderente e forte (Rbd si incastra a perfezione con Ace2 ) che non può essere altro che il risultato della selezione naturale e non il prodotto dell’ingegneria genetica (una branca che seppur oggi all’avanguardia presenta molte limitazioni in questo senso).

a) Mutazioni nei residui di contatto della proteina di picco SARS-CoV-2. La proteina spike di SARS-CoV-2 (barra rossa in alto) era allineata con i coronavirus simili a SARS-CoV-like e SARS-CoV stessi. I residui chiave nella proteina del picco che entrano in contatto con il recettore ACE2 sono contrassegnati con caselle blu sia in SARS-CoV-2 che nei virus correlati, incluso SARS-CoV (ceppo Urbani).


b) Acquisizione del sito di scissione polibasico e glicani O-linked. Sia il sito di scissione polibasico sia i tre glicani O-predetti adiacenti previsti sono unici per SARS-CoV-2 e non erano stati precedentemente visti nei betacoronavirus della discendenza B. Le sequenze mostrate provengono da NCBI GenBank, codici di adesione MN908947 , MN996532 , AY278741 , KY417146e MK211376 . Le sequenze di coronavirus pangolino sono un consenso generato da SRR10168377 e SRR10168378 (NCBI BioProject PRJNA573298 ).

La seconda prova definitiva riguarda l’ “ossatura ” delle molecole del virus, cioè se un tecnico di laboratorio volesse creare un virus da zero avrebbe bisogno del materiale genetico di altri virus conosciuti di partenza (backbone) per poi modificarli successivamente.

Questo studio rivela che la backbone di SARS-CoV-2 è molto diversa rispetto ai coronavirus conoscitui e ha molte somiglianze coi virus presenti nei pipistrelli e nei pangolini.

Al momento non è ancora chiaro se il nuovo coronavirus sia passato direttamente da pipistrello a uomo o sia passato prima dallo stesso pangolino o da altri animali come serpenti ad esempio.

Se ci dovessero essere novità scriveremo un articolo al riguardo.

Covid-19, perché alcuni casi sono peggiori di altri?

Prima di andare avanti una piccola precisazione: Covid-19 è la malattia sostenuta dall’agente virale SARS-CoV-2.

Secondo uno studio del Chinese Center for Disease Control and Prevention la stragrande maggioranza dei casi confermati di SARS-CoV-2 sono considerati lievi, con sintomi assimilabili al raffreddore o una blanda polmonite.

Il 14% dei casi confermati sono invece considerati gravi perché associati a polmonite grave e mancanza di respiro. 

Un altro 5% dei pazienti ha invece sviluppato insufficienza respiratoria, shock settico e/o insufficienza multiorgano. Queste condizioni sono potenzialmente letali. 

Circa nel 2,3% dei casi confermati è stata accertata la morte del paziente.

Non è chiaro perché il nuovo coronavirus – come i suoi cugini SARS e MERS – sembra essere più mortale di altri coronavirus che circolano regolarmente ogni inverno e che provocano in genere sintomi da raffreddore.

Le persone anziane e i malati sono più sensibili alle forme gravi di Covid-19

Le persone che hanno maggiori probabilità di sviluppare forme gravi di COVID-19 sono quelle con malattie preesistenti e gli anziani. Meno dell’1% delle persone che erano in buona salute sono morte a causa della COVID-19, il tasso di mortalità per le persone con malattie cardiovascolari è del 10,5%. Tale cifra era del 7,3% per i pazienti diabetici e circa il 6% per quelli con malattie respiratorie croniche, ipertensione o cancro.

Nel complesso, nel 2,3% dei casi noti COVID-19 si è rivelato fatale; secondo molti esperti è probabilmente una sopravvalutazione del tasso di mortalità, dato che molti casi lievi potrebbero non essere stati diagnosticati. 

I pazienti di età pari o superiore a 80 anni erano più a rischio; di questi sono morti a causa di COVID-19 il 14,8% dei casi.

 I decessi si sono verificati in tutte le fasce d’età, tranne nei bambini di età inferiore ai nove anni, e, in generale, ci sono stati relativamente pochi casi nei bambini.

Questo modello di gravità crescente con l’età differisce da quello di alcuni altri focolai virali, in particolare la pandemia di influenza del 1918, per la quale la mortalità era elevata nei bambini piccoli e nelle persone tra i 20 ei 40 anni. Tuttavia, è ampiamente coerente con le registrazioni degli scoppi di coronavirus SARS e MERS, cugini del nuovo coronavirus.

Gli scienziati non sanno cosa succede esattamente nei gruppi di età più avanzata. Ma sulla base della ricerca su altri virus respiratori, gli esperti teorizzano che il peggioramento dell’infezione da coronavirus dipende dalla risposta immunitaria di una persona.

Una volta che SARS-CoV-2 entra nel tratto respiratorio umano, si pensa che infetti e si moltiplichi nelle cellule che rivestono le vie aeree, causando lesioni che attivano il sistema immunitario dell’organismo. Nella maggior parte delle persone, dovrebbe scatenare una infiammazione locale con reclutamento di cellule immunitarie nelle vicinanze per sradicare l’agente patogeno. Successivamente la risposta immunitaria cessa e i pazienti guariscono.

Per motivi che non sono del tutto chiari, alcune persone, soprattutto anziani e malati, possono avere un sistema immunitario disfunzionale che non riesce a tenere sotto controllo la risposta a particolari agenti patogeni. Ciò potrebbe causare una risposta immunitaria incontrollata, innescando una sovrapproduzione di cellule immunitarie e delle loro molecole di segnalazione e portando a una tempesta di citochine spesso associata a un flusso di cellule immunitarie nel polmone. Questo accade quando si verificano molte di queste patologie infiammatorie molto gravi come polmonite, mancanza di respiro, infiammazione delle vie respiratorie.

L’infiammazione locale può trasformarsi in una infiammazione diffusa dei polmoni, che ha quindi effetti a catena su tutti gli organi del corpo. Ciò potrebbe accadere anche se il virus si replica più velocemente di quanto il sistema immunitario possa rispondere, in modo che debba quindi recuperare il ritardo per contenere l’agente patogeno, una situazione che potrebbe anche far andare fuori controllo la difesa immunitaria. Con i topi, sappiamo che in alcuni casi, in particolare per i coronavirus SARS e MERS, la replicazione del virus è molto rapida e in alcuni casi schiacciane per il sistema immunitario. 

È più difficile spiegare perché a volte anche le persone giovani e sane muoiono a causa della malattia, ad esempio Li Wenliang, un medico di 34 anni che per primo ha lanciato l’allarme per il virus. È morto poche settimane dopo aver contratto l’agente patogeno. I fattori di rischio genetici e ambientali potrebbero aiutare a spiegare la gravità delle infezioni. Anche se è chiaro che i fattori genetici possono determinare fortemente il risultato delle infezioni virali nei topi – come è stato dimostrato per l’Ebola – i ricercatori non sono ancora stati in grado di identificare geni o varianti specifici nei topi, per non parlare di persone che sono responsabili dei vari gradi di malattia. Anche fattori ambientali, come il fumo o la qualità dell’aria, possono svolgere un ruolo nella gravità della malattia.

COVID-19 potrebbe colpire maggiormente gli uomini rispetto alle donne.

Una scoperta interessante è che, sebbene un numero simile di uomini e donne abbia contratto la SARS-CoV-2, un numero maggiore di uomini sta morendo per la malattia. Il tasso di mortalità per i maschi era del 2,8 % e dell’1,7% per le donne. Sebbene i dati comprendano quasi 45.000 pazienti, non sono ancora così tante persone per determinare se esiste davvero una propensione al genere – è necessario guardare questo in una popolazione molto più ampia di pazienti in un numero di diversi paesi.

Se c’è una predilezione, sarebbe coerente con ciò che gli epidemiologi hanno osservato durante le epidemie di SARS e MERS. Nell’epidemia di SARS del 2003 a Hong Kong, ad esempio, circa il 22% degli uomini infetti è morto, rispetto a circa il 13% delle donne. In un’analisi delle infezioni da MERS tra il 2017 e il 2018, circa il 32% degli uomini è morto e quasi il 26% delle donne.

La differenza potrebbe avere a che fare con il fatto che il gene per il recettore ACE-2, utilizzato sia dal SARS-CoV-2 sia dal virus SARS per entrare nelle cellule ospiti, si trova sul cromosoma X, si ipotizza.

Se è una particolare variante del recettore ACE-2 a rendere le persone più sensibili al virus, le femmine potrebbero compensare una variante negativa perché avrebbero due copie del cromosoma X, mentre gli uomini sarebbero costretti a esprimere una sola variante della proteina recettore ACE-2. Oppure, potrebbe essere che gli uomini hanno maggiori probabilità di essere fumatori e quindi i loro polmoni sono già un po’ compromessi.

Degli studi hanno dimostrato che la disparità sessuale vale anche nei topi con infezione da SARS; queste ricerche indicano che gli ormoni estrogeni potrebbero avere effetti protettivi: rimuovere le ovaie da topi femmine infetti o bloccare il recettore degli estrogeni ha reso più probabile la morte degli animali rispetto ai topi di controllo infetti. Gli effetti sono però probabilmente più pronunciati nei topi che nelle persone.

Un’infezione rende le persone immuni al virus?

Se i pazienti sviluppino anticorpi dopo l’infezione da SARS-CoV-2 che li proteggeranno da future infezioni è ancora un mistero. Sondaggi su pazienti con SARS circa cinque o 10 anni dopo il loro recupero suggeriscono che gli anticorpi coronavirus non persistono per molto tempo. Hanno trovato livelli molto bassi o nessun anticorpo in grado di riconoscere le proteine ​​SARS.

Tuttavia, per il nuovo coronavirus, è dato aspettarsi una certa immunità, almeno a breve termine. Sembra variare più lentamente rispetto ai suoi cugini.

Perché i diversi coronavirus variano in gravità?

Esistono sette coronavirus che infettano l’uomo. 

Quattro di loro – 229E, NL63, OC43 e HKU1 – causano in genere un raffreddore e solo raramente provocano la morte.

Gli altri tre — MERS-CoV, SARS-CoV e il nuovo SARS-CoV-2 — hanno vari gradi di letalità.

Nell’epidemia di SARS del 2003, il 10% delle persone infette è morto. Tra il 2012 e il 2019, MERS ha ucciso il 23%delle persone infette.

Sebbene il tasso di mortalità per caso di COVID-19 sia inferiore, il virus ha già ucciso più persone rispetto agli altri due focolai combinati, che alcuni hanno attribuito alla rapida trasmissione del patogeno.

I coronavirus che causano il raffreddore, così come molti altri virus che causano raffreddori comuni, sono in genere limitati al tratto respiratorio superiore, cioè al naso e ai seni paranasali. Sia SARS-CoV che SARS-CoV-2, tuttavia, sono in grado di invadere in profondità nei polmoni, qualcosa che è associato a una malattia più grave.

Una possibile ragione di ciò è che il virus si lega al recettore ACE-2 sulle cellule umane per invaderle. Questo recettore è presente nelle cellule epiteliali ciliate delle vie aeree superiori e inferiori, così come nei pneumociti di tipo II, che risiedono negli alveoli delle vie aeree inferiori e producono proteine ​​lubrificanti polmonari (surfactante). I pneumociti di tipo II sono importanti per la funzione polmonare, quindi questo è uno dei motivi per cui la malattia respiratoria inferiore può essere così grave.

Il nuovo coronavirus sembra anche utilizzare il recettore ACE-2, il che può aiutare a spiegare parzialmente perché, come la SARS, è più mortale rispetto agli altri quattro coronavirus. Questi agenti patogeni usano recettori diversi, ad eccezione di NL63, che utilizza anche il recettore ACE-2 ma si lega ad esso con meno affinità. (Si pensa che MERS utilizzi un recettore completamente diverso, che è presente anche nelle vie aeree inferiori.)

Perché l’interesse non deve spegnersi

Per dare una vera risposta a queste domande ci vorrà tempo, ricerca e finanziamenti coerenti per studi a lungo termine. Il finanziamento per la ricerca sul coronavirus è stato criticato per aver seguito un ciclo boom-and-bust; gli spillover virali dagli animali alle persone causano un aumento iniziale di interesse che tende a scemare fino al verificarsi del prossimo scoppio.


Recenti