Coronavirus: ci si può riammalare?

0
455

È forse una delle domande più frequenti di queste settimane, caratterizzate da dubbi più specifici, indagini più settoriali, numeri esorbitanti e tanta paura.
La vera domanda è: la risposta immunitaria che il singolo malato sviluppa dopo l’infezione conferisce immunità? Se sì, per quanto tempo?
È importante rispondere, perché se ci si immunizza, chi è guarito dalla malattia o l’ha fatto in modo asintomatica potrebbe uscire da casa e tornare al lavoro, in attesa che sia trovato e distribuito il vaccino.

Tutti i dubbi sono partiti alla fine di gennaio, quando in Cina e Giappone sono stati riscontrati numerosi casi di persone dichiarate guarite che sono nuovamente risultate positive senza però manifestare i sintomi.


Tra questi, il caso più famoso riguarda una donna di Osaka che aveva contratto il nuovo coronavirus alla fine di gennaio ed era stata dimessa dall’ospedale in buone condizioni il 1 febbraio. Un test negativo il 6 febbraio aveva confermato la guarigione, ma il 26 febbraio la donna, che avvertiva mal di gola e dolori al petto, è risultata di nuovo positiva.

Partiamo dal presupposto che non tutte le infezioni garantiscono un’immunità permanente, una volta contratte. Il principio che risulta valido per le cosiddette malattie esantematiche, come il morbillo che genera immunità a vita, non vale per i coronavirus né, per citare un altro esempio, per l’influenza: il vaccino antinfluenzale va ripetuto ogni anno proprio perché non garantisce un’immunità di maggiore durata a causa dell’elevata mutabilità a cui sono esposti i virus influenzali.


È stato calcolato che gli anticorpi contro altri coronavirus, che causano il comune raffreddore, resistono da uno a tre anni, mentre per SARS e MERS si parla rispettivamente di 8/10 anni e 1/2 anni. Nel caso ci si dovesse riammalare, comunque, la seconda volta dovrebbe essere meno aggressiva della prima, grazie alla capacità delle cellule immunitarie di ricordare ciò che hanno già combattuto.
Sul tipo di immunità sviluppata dai pazienti guariti da covid-19, però, esistono ancora pochi dati disponibili.

È utile per la comprensione del problema, poi, fare una importante distinzione: la guarigione può essere di tipo clinico e virologico. Se un malato che ha avuto il Covid-19, dopo aver manifestato i sintomi associati all’infezione da Sars-CoV-2, diventa asintomatico, è solo un paziente clinicamente guarito, ma c’è un’altissima probabilità che non lo sia dal punto di vista virologico, che abbia, cioè, l’RNA virale ancora circolante nei fluidi corporei.

Ad oggi, una persona si definisce guarita quando risulta negativa a due test che vengono effettuati consecutivamente a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. Si è soliti ripetere il test dopo 14 giorni dal primo tampone positivo, in modo da verificare la clearance, in gergo “eliminazione” completa del virus. La negatività ripetuta conferma che non si è più contagiosi.

Cosa, allora, pare andare storto in qualche caso? L’evidente sfasatura tra la scomparsa dei sintomi e l’eliminazione del virus: le esperienze cliniche e di laboratorio dimostrano come Sars-cov-2 in realtà permanga nell’organismo ospite per circa 4-5 settimane. È molto più probabile, quindi, pensare per la donna di Osaka ad una riacutizzazione dei sintomi, come una sorta di ricaduta, piuttosto che ad una seconda infezione. Alcuni avanzano l’ipotesi che il virus potrebbe essere rimasto attivo nell’organismo della paziente a livello subclinico e, come tale, non rilevabile con il test del tampone, altri ancora fanno ricadere la colpa su un’inadeguata gestione pre-analitica del campione o un limite di sensibilità del test.

Nel frattempo, è innegabile l’importanza degli anticorpi nella ricerca contro il vaccino: ammessa dall’OMS e già attuata in Cina, al San Matteo a Pavia è già in corso una sperimentazione che ovviamente ha come fine ultimo la realizzazione di un vaccino con l’utilizzo del sangue ricco di anticorpi dei guariti tornati in ospedale a donare; si tratta di una prassi già consolidata durante le precedenti epidemie virali comeSars e Ebola e che ha sempre fornito ottimi risultati.

Siamo di fronte ad un virus che circola tra la gente solo da pochi mesi. Ogni singolo scienziato del globo chiuso nel proprio laboratorio con il massimo livello di sicurezza si sta confrontando con un organismo sostanzialmente nuovo; di certo i “cugini” coronavirus possono costituire un fondamentale punto di partenza, ma Sars-cov 2 al tempo stesso agisce secondo una sua logica e presenta determinate e peculiari caratteristiche.

Così come si imparerá a conviverci, allo stesso modo a breve comprenderemo i segreti nascosti nella sua struttura e capiremo come difenderci.