La biologia dell’omosessualità

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La ricerca scientifica, si sa, tocca tutti gli ambiti della vita umana, alla costante ricerca del perché delle cose, con il fine unico di una visione quanto mai completa, logica e inequivocabile del mondo intorno a noi.

Interessante notare l’impressionante numero di studi e ricerche che dagli anni novanta del secolo scorso si sono concentrati
sul legame che intercorre tra due individui, puntando lo sguardo su cosa scateni quella particolare connessione che non può scattare tra tutti. Vi citerò i più emblematici, in modo da fornirvi un’idea generale.

Fin dalla notte dei tempi, l’attrazione verso lo stesso sesso sembra permeare la vita dell’uomo; se però nel passato che tanto oggi ci affascina era considerata parte della quotidianità, nonché della educazione del giovane prima del suo ingresso in società, oggi sembra quasi che gli studi in laboratorio vogliano andare a placare fenomeni dilaganti di omofobia, scarsa tolleranza verso il “diverso” e repulsione ingiustificata.

L’attrazione sessuale è senza dubbio un fenomeno complesso, ancor di più se si cerca di comprendere cosa indirizza il nostro desiderio verso l’uno o l’altro sesso. È la natura, l’ambiente o la cultura a determinare il nostro orientamento sessuale? O magari ognuna di queste componenti svolge un ruolo, più o meno importante, nel gioco dell’attrazione? Il tema è più che mai controverso e la scienza non ha ancora espresso un parere definitivo. Gli studi sull’orientamento sessuale non mancano, ma i loro difetti sono tanti. Per esempio, nella maggior parte dei casi riguardano omosessuali maschi. Inoltre, sono stati spesso segnati da pregiudizi o errori metodologici che impediscono di trarre risposte chiare.

Ad oggi, comunque, si tende a ritenere che l’omosessualità non sia una semplice “scelta di vita”, ma che possa avere concrete radici nella genetica.

Ma facciamo un passo indietro: già uno studio del 1993 suggeriva che le variazioni genetiche da cui dipendono etero o omosessualità fossero localizzate a livello di una specifica regione del cromosoma X, nel 1995, invece, a livello del cromosoma 8.

Un ulteriore studio condotto analizzando il genoma di volontari gay ed etero aveva messo in evidenza che i gay mostrano più comunemente varianti di due particolari geni: Slitrk6, sul cromosoma 13, attivo in una parte del cervello chiamata diencefalo e Tshr, sul cromosoma 14, principalmente attivo nella tiroide (oltre che nel cervello).
Ovviamente si tratta di uno studio con numerose limitazioni: si consideravano solo uomini europei e inoltre era molto improbabile che una caratteristica così complessa come quella dell’orientamento sessuale potesse essere determinata da solo due varianti geniche: molto più probabilmente a concorrere nella definizione generale di omosessualità ci sono
variazioni distribuite su tutto il genoma unite a fattori sociali e culturali da non sottovalutare. Nessun fattore va mai considerato univocamente.

Certo è che casi di attrazione verso lo stesso sesso non sono un’esclusiva del genere umano: sono stati documentati comportamenti che vanno dai giochi sessuali a comportamenti genitoriali in coppie omosessuali in circa 1.500 specie, tra cui, ovviamente, le scimmie antropomorfe.

Presso l’università di Torino sono stati condotti studi su topi (maschi) affetti da ipogonadismo, con scarsi livelli, quindi, di testosterone; da ciò che si è potuto evincere, questi animaletti, esposti a feromoni maschili, innescavano un processo di neurogenesi identico a quello delle femmine, con produzione di neuroni a livello del bulbo olfattivo deputati a regolare l’integrazione sociale e i comportamenti riproduttivi. Di conseguenza, subivano una maggiore attrazione verso individui dello stesso sesso quando percepivano feromoni liberati da questi ultimi.

Contro ogni aspettativa, un’ ultimissima ricerca australiana, resa pubblica alla fine del 2019, sfata tutti i miti riguardanti il tanto ricercato “gene gay”: gli SNP (polimorfismi a singolo nucleotide) ritrovati in numerosi individui omosessuali sono riscontrabili in buona parte della popolazione etero, portando ad una capacità di previsione della sessualità di una persona a valori statisticamente trascurabili.

Insomma, si tratta di un campo affascinante su cui molto ancora si può fare, investire, indagare.
Alla fatidica domanda “ma gay si nasce o si diventa?” non c’è ancora risposta.
La direzione verso cui la scienza ultimamente si sta dirigendo è pensare che in tutti noi ci sia una componente bisessuale fluida, che poi durante la crescita dell’individuo tende a incanalarsi in una direzione, ma che talvolta si modifica anche nel corso della vita.

Comprendere e analizzare questo porterebbe ad comprensione sociale più matura e dalla portata innovativa, al passo con i tempi che cambiano.

“Nessuno è perfetto”, recitava Tony Curtis nella battuta finale di “A qualcuno piace caldo”, film cult degli anni 50.
La frase è entrata di diritto tra le più famose citazioni hollywoodiane per il suo significato particolarmente liberatorio e moderno rispetto ai tempi, risultando alla fine un importante tassello in avanti nel cammino dell’integrazione.